Il Tempio a pozzo Su Presoni - ATLANTIDES: Miscellanea di Ambiente, Natura, Cultura

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Il Tempio a pozzo Su Presoni

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Presentazione
Il tempio a pozzo nuragico Su Presoni (La Prigione) deriva il proprio nome da un reale, o presunto, utilizzo nei secoli passati della struttura come prigione campestre. Questa ipotesi è maggiormente plausibile se si ipotizza che nel periodo in cui ha svolto questa funzione fosse ancora integro il vestibolo. In questo caso si avrebbe avuto a disposizione un ambiente di circa 2 metri per 3,5 che magari ancora interrato e a cui si accedeva da una robusta porta simile a quella di ingresso al pozzo che si vede nelle immagini. Ovviamente è da prendere in cosiderazione anche il possibile aspetto simbolico del termine "prigione", essendo riferito ad un edificio che poteva apparire un po' tetro.

Paragrafo 1
Generalità sui templi a pozzo

I templi a pozzo nuragici erano essenzialmente costituiti da un vestibolo e dal pozzo vero e proprio che costituiva la cella, per usare un termine classico, o il sancta sanctorum, per usare un'espressione giudaico-cristiana.
Il vestibolo era realizzato in aggetto e coperto, abitualmente dotato di banchine laterali idonee per appoggiarvi offerte, oggetti di culto e per accogliere i sacerdoti, o forse meglio, le sacerdotesse, come generalmente ritengono gli studiosi.
La cella era invece costituita da un pozzo dotato di copertura a falsa cupola, detta con termine greco, a tholos
(ϑλος), a cui si accedeva tramite una scala interna ricavata nello spessore murario.

L'insieme della struttura era poi circondata da un muro che la delimitava come area sacra, chiamata ugualmente con termine greco, témenos (τμενος).

All'interno del témenos, oltre al tempio, potevano trovare posto la capanna del guardiano e della sacerdotessa e vari locali di servizio, come ad esempio il deposito per gli ex voto o gli arredi sacri.

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Paragrafo 2

Il tempio a pozzo Su Presoni
Il tempio nuragico Su Presoni potrebbe risalire alla metà del secondo millennio a.C., non è stato mai né scavato né ristrutturato e si trova, quindi, nelle condizioni in cui ce lo hanno consegnato i suoi 3.500 anni di storia.
Passiamo ora alla sua descrizione.
Dopo aver superato un basso muretto a secco, che potrebbe rappresentare ciò che rimane del muro che delimitava l'area sacra (il témenos), si passa attraverso i detriti prodotti dal crollo della parte anteriore del tempio e si presenta di fronte a noi il vestibolo libero dai detriti ed in fondo la porta che introduce verso cella.
Il vestibolo misura circa 2 metri di larghezza e 3,5 di lunghezza, i muri laterali sono parzialmente integri con un'altezza media di circa 2 metri, delle banchine laterali rimane solo qualche traccia, il pavimento sembra assente. In corrispondenza della banchina destra è presente una nicchia che poteva costituire un piccolo ripostiglio o la sede per una statua o altro oggetto sacro.
In basso, a sinistra della porta di ingresso della cella, uno spazio lasciato libero nell'opera muraria fa presupporre che da lì sgorgasse una vena d'acqua che poi era accompagnata all'interno della cella passando attraverso uno scavo prodotto nel gradino della porta.
Il vestibolo non era a cielo aperto come si vede oggi, infatti si notano i muri realizzati in aggetto che congiungendosi avrebbero formato la copertura, alternativamente la chiusura poteva essere realizzata ponendo delle lastre a piattabanda, che è, come si può vedere dalle immagini, la soluzione utilizzata per il vano-scala.
La porta di ingresso del vestibolo non doveva essere molto dissimile da quella integra della cella, poteva essere completata da un timpano su cui erano praticati dei fori sui quali fissare con del piombo fuso oggetti votivi in bronzo, come si  è osservato in altri templi.
Il vestibolo probabilmente era coperto di terra lasciando libera solo la facciata e, come si può notare, questa è tutt'ora la situazione della cella.
La porta della cella, realizzata in aggetto, è larga 1,25 metri sulla soglia e 0,95 sul piano di appoggio dell'architrave, l'altezza, misurata tra il gradino e l'architrave è di metri 1,95.
L'architrave,  misura 2 metri di lunghezza con un'altezza media di 45 centimetri e una larghezza di 40, il materiale utilizzato è il granito.
Il vano della scala misura metri 4,30 di lunghezza (misurata in senso orizzontale) e, mediamente, 90 centimetri di larghezza. La scala è purtroppo andata distrutta ma non doveva avere una disposizione molto diversa dalla copertura del vano: un pianerottolo orizzontale seguito da sei gradini che scendevano al pozzo.  Il materiale proveniente dalla scala è andato a riempire la parte bassa del pozzo.
I muri del vano sono stati realizzati con conci di porfido rosso appena sbozzati, mentre per la copertura sono state utilizzate lastre e gradini, ugualmente di porfido rosso, ma lavorati più accuratamente.
Passiamo ora al pozzo vero e proprio, che, come già detto, era in realtà la cella del tempio, la dimora di Sa Mamma 'e vuntana (La Madre del pozzo), come ci insegna la tradizione orale sarda.  Esso è stato costruito con una tecnica in aggetto detta a falsa cupola o, con temine greco, a tholos (
ϑλος), che è quella tipica delle torri dei nuraghi. Praticamente, nell'esecuzione si procedeva facendo sporgere il filare di pietre superiore rispetto a quello inferiore fino a ridurre il diametro interno ad alcuni decimetri, l'apertura rimasta, era poi chiusa con un masso disposto a piattabanda.

Considerando la parte libera dai detriti della scala, il pozzo di Su Presoni mostra alla base un diametro di metri 1,60 e un'altezza di 5; per il diametro superiore, che non è stato ovviamente possibile misurare, si può presupporre che possa essere di 60-70 centimetri.
La struttura del pozzo è stata costruita internamente con porfido rosso locale, di forma per lo più tondeggiante, che si presta meglio per realizzare una muratura curvilinea. Per il vano-scala, di andamento rettilineo, sono state invece  utilizzate principalmente pietre sbozzate di forma allungata, a parallelepipedo. Questo denota una precisa scelta dei materiali, che si evidenzia anche nella zeppatura della parte bassa del pozzo (quella a possibile contatto con l'acqua) realizzata con basalto bolloso che si può presumere proveniente dagli altopiani vulcanici di Teccu e Su Crastu (Bari Sardo, NU), distanti in linea d'aria circa 8 chilometri. Questo dimostra l'esistenza di scambi tra le varie tribù e, forse, anche della partecipazione diretta delle popolazioni limitrofe alla costruzione del tempio che doveva avere un'area di influenza che trascendeva quella di una singola tribù. Questo può essere osservato ancora oggi per molti santuari campestri della Sardegna ai quali tradizionalmente accorrono fedeli anche da località molto distanti, per loro sono pure predisposti appositi locali (is cumbessias).
Entrando nel pozzo si può notare, frontalmente all'ingresso, un blocco di granito circondato da piccole e regolari pietre di porfido rosso disposte ad arco, probabilmente con una funzione di abbellimento. Tuttavia non sfugge che in estate quando l'interno del pozzo si presenta asciutto, questa roccia, forse per le sue caratteristiche lisce, compatte e cristalline, è l'unica che si presenta  bagnata, vi si depone infatti la condensa dell'umidità interna del pozzo.
Altro particolare dell'interno del pozzo degno di nota è la presenza di due archi concentrici sopra l'architrave di ingresso. Apparentemente essi hanno una funzione puramente estetica, ma non può sfuggire che gli attenti costruttori del tempio così facendo hanno scaricato il peso della parte superiore della struttura ai lati dell'architrave, impedendone la possibile rottura.
La rottura dell'architrave, che può essere notata in varie costruzioni nuragiche, è normalmente evitata lasciando una finestrella al centro di esso (luce di scarico) per evitare che il peso della muratura soprastante gravi su quel punto. Qui a Su Presoni si è scelto una soluzione diversa, ma di indubbio rilievo estetico e funzionale.
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Paragrafo 3
Il culto di "Sa Mamma 'e vuntana"
(La Madre del pozzo)
A questo punto ci si chiederà: ma l'acqua dov'è?
Tremila e cinquecento anni or sono doveva pur esserci, per cui sono necessarie alcune considerazioni.
A sinistra del tempio, e a pochi metri da esso,  scorre un rigagnolo che normalmente a secco, ma un centinaio di metri più a valle è presente una sorgente, abbondante anche in estate, per cui si può presupporre che anticamente essa sgorgasse più a monte. L'acqua, scorrendo a breve distanza dal tempio, penetrava all'interno, magari in punti ben precisi decisi dai costruttori, lo dimostra la risorgiva individuata a sinistra della porta di ingresso, la cui acqua era accompagnata all'interno del tempio tramite uno smusso prodotto nel gradino.
Non ci deve meravigliare che l'acqua del pozzo fosse probabilmente quella stessa del rigagnolo, d'altronde nel tempio a pozzo di S. Vittoria di Serri (vedi
) era stata prevista, già in fase di costruzione, la raccolta e l'immissione dell'acqua piovana, presumibilmente  a causa di una vena poco abbondante.


Queste considerazioni ci portano a ribaltare la genesi di almeno questi due templi a pozzo: non un tempio costruito sopra una vena o fonte sacra, ma era la costruzione del tempio, sede della divinità, Sa Mamma 'e vuntana (che si può pensare come una emanazione della Madre Terra), che rendeva sacro quel posto e quella vena d'acqua. Questo ragionamento non contrasta con la tradizione orale della presenza di Sa Mamma 'e vuntana in tutti i pozzi e le sorgenti. Ovviamente non tutti erano deputati al culto ma solo quelli inseriti in un tempio.
E' fin troppo evidente l'analogia con la religione cristiana: l'uomo costruisce il tempio che poi diventerà la casa di Dio e il luogo eletto per il culto, anche se Dio è ovunque. In entrambe le religioni, qualunque sia stato il motivo occasionale che ha condotto a costruire il tempio proprio in quel determinato punto, questo luogo sarà sacro per la presenza del tempio stesso che è la sede della divinità, o il posto in cui essa si manifesta.
Da questo punto di vista si può ritenere che l'espressione Tempio a pozzo sia più corretta,  invece la più diffusa Pozzo sacro risulta meno rigorosa.
Nei prossimi paragrafi si farà una precisa ipotesi circa il culto legato a questi templi.
Aggiungo una nota di linguistica. L'espressione Sa Mamma 'e vuntana è una trasposizione del linguaggio parlato, per corretezza si dovrebbe scrivere: Sa Mamma 'e funtana. Tuttavia si è preferito usare l'espressione orale per evitare errori di pronuncia specialmente da parte dei non sardi.
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Paragrafo 4
Le incisioni dell'architrave di ingresso
Un elemento molto interessante del tempio a pozzo Su Presoni sono le incisioni presenti nel lato esterno dell'architrave di ingresso al vano-scala che conduce alla cella.
In linea di principio si può escludere che appartengano al periodo nuragico, sia perché alcuni elementi le riportano a periodi successivi sia perché i costruttori dei nuraghi non erano (purtroppo) molto avvezzi a praticare simili incisioni nelle opere (templi, tombe, capanne, nuraghi) da essi realizzate.
Le incisioni non sono molto visibili ad occhio nudo sia perché poco profonde sia perché l'intero architrave presenta numerose colonie di licheni. Si è aggirato l'inconveniente con l'aiuto di una semplice tecnica di fotoritocco: dopo aver tracciato i contorni delle figure, la parte interna è stata poi trasformata in bianco-nero. Alcuni particolari posso essere sfuggiti, alcuni contorni erano da indovinare, tuttavia si ritiene di poter presentare delle immagini abbastanza fedeli alle originali.
Sono state individuate quattro incisioni che riportano ad altrettante immagini abbastanza definite.
Vengono analizzate partendo da sinistra.
Incisione n° 1.
E' la più nitida e precisa e sicuramente la più recente, vari elementi portano a pensare che possa essere stata tracciata relativamente da poco tempo. Sembra di poter individuare una figura femminile stilizzata. Bisogna però precisare che mentre la gamba destra (la sinistra per chi guarda) è chiaramente delineata, quella sinistra manca.  E' presente tuttavia una linea di rottura nella sfoglia superficiale del granito che poteva essere preesistente o è stata, forse, provocata dall'incisione. Essa segue specularmente l'andamento dell'altra gamba per cui è stata evidenziata come se costituisse la gamba sinistra.
Bisogna inoltre precisare che per la "testa" si è presa in considerazione la parte più interna dell'incisione. Infatti la linea orizzontale che nell'immagine originale appare sopra la presunta testa, così come quella verticale che si nota a destra della figura, sembrano essere solamente le tracce di una preliminare levigazione della pietra.
L'aspetto interessante di questa immagine, ammesso che rappresenti veramente una figura femminile, è che l'ignoto incisore, coscientemente o inconsciamente, abbia rappresentato Sa Mamma 'e vuntana. Se da bambino frequentava questo posto, chissà quante volte la madre gli avrà detto: non avvicinarti al pozzo perché lì c'è Sa Mamma 'e vuntana?
L'espressione Sa Mamma (o mama) 'e vuntana non è certo di uso comune e viene ricordata (anche da chi scrive) utilizzata dalle madri per incutere timore ai bambini al fine di indurli a non avvicinarsi o sporgersi nei pozzi, in termini analoghi a quelli espressi dal prof. Giovanni Lilliu  (La civiltà dei Sardi, 3° edizione, pag. 568). Similmente si può ritrovare la medesima locuzione riferita alle sorgenti ove  il pericolo per il bambino è, peraltro, limitato.
In entrambi i casi l'espressione usata per intimorire e tenere a bada i bambini denota, da parte della madre stessa, un ancestrale timore reverenziale, tramandato oralmente e presumibilmente per linea materna,  fin dalla notte dei tempi,  fino alle credenze religiose dei popoli nuragici e prenuragici.
Incisioni n° 2 e 3
Queste incisioni, sicuramente molto più antiche della precedente, formano una coppia posta in posizione centrale il che fa supporre che siano state create per prime e contemporaneamente. Sembra che rappresentino due figure femminili con una lunga tunica.
Esse hanno i contorni scarsamente delineati, sono ben evidenti le braccia di entrambe e la testa della n° 3, alla quale tuttavia manca il collo. Questa eccessiva semplificazione delle incisioni porta a ipotizzare che anticamente potessero essere colorate.
Ovviamente è piuttosto arduo dar loro un significato che è peraltro legato all'epoca in cui sono state incise.
In prima ipotesi, se dovessero risalire al periodo romano classico, potrebbe trattarsi di due ninfe delle acque che sembrano quasi uscire dal pozzo.
Alternativamente, ipotizzando che siano state create, se non contemporaneamente alla croce dell'incisone n° 4, almeno nello stesso contesto culturale, si può pensare che rappresentino due sante cristiane.
Osservando e raffrontando tra loro le due figure si può ipotizzare che la n° 3, che ha un profilo chiaramente ingrossato, possa rappresentare una donna incinta.
E quali erano le sante "incinte" del periodo paleocristiano?
Viene in mente S. Elisabetta, madre di S. Giovanni Battista, che è spesso rappresentata chiaramente gravida. L'iconografia fa riferimento all'episodio descritto dai vangeli, che racconta della visita che le fece la Madonna quando era incinta del Battista.
L'altra è S. Anna, la madre della Madonna, che non è nota per essere rappresentata incinta, tuttavia  è considerata la patrona delle partorienti per essere stata la madre di colei che generò Gesù Cristo.
Il culto di S. Elisabetta può essere giunto in Sardegna con i primi cristiani.  Ma quello di S. Anna, che non è citata dai vangeli ed è un culto è di origine greca, può essere arrivato solo dopo il 533 d.C. in seguito alla conquista della Sardegna da parte delle armate dell'imperatore Giustiniano, che la strapparono ai vandali.
Infine, non si può neanche escludere che questa incisione possa rappresentare la Madonna, infatti talvolta è anch'essa rappresentata incinta.
Riguardo alla figura n° 2 non è stato rilevato alcun dettaglio che possa indirizzare verso una possibile identificazione. Potrebbe essere una Madonna, che facendo riferimento al citato episodio del vangelo, viene talvolta rappresentata in coppia con S. Elisabetta gravida. In alternativa può essere una qualsiasi altra santa del periodo paleocristiano.
Incisione n° 4
Considerata la sua posizione, si può presumere che essa sia stata incisa successivamente alle figure n° 2 e 3, anche se, come già detto, probabilmente nello stesso contesto culturale e religioso.
L'incisione è ben definita e rappresenta una croce greco-bizantina dall'andamento un po’ irregolare.
Essa può essere datata ad un periodo immediatamente successivo alla citata conquista bizantina dell'isola del 533 d.C.
Ovviamente la presenza di questi "segni" cristiani un tempio pagano necessita di qualche chiarimento che è rimandato al prossimo paragrafo.
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Paragrafo 5
Il culto nuragico-cristiano
I primi cristiani giunsero in Sardegna nel II secolo d.C., come è riportato da varie fonti storiche, ed erano probabilmente dei deportati destinati al lavoro nelle miniere. Solo nei secoli successivi, grazie all'opera di proselitismo di predicatori giunti da Roma e da Cartagine, il cristianesimo si propagò dalle città della costa alle campagne e, successivamente, all'interno dell'isola. La sua diffusione non dovette essere molto rapida, se ancora nel 594 il papa S. Gregorio Magno scrivendo al cristiano Ospitone (considerato re della parte interna dell'isola) si lamentava del fatto che i suoi sudditi praticassero ancora l'idolatria.
L’azione del cristianesimo sembra sia stata quella si sovrapporsi ai riti e alle credenze della religione pagana, prendendone gradualmente il posto.
Riporto un caso che mostra una chiara analogia con il tempio a pozzo Su Presoni, la fonte sacra Su Lumarzu. Essa si trova nei pressi dell'antico borgo medioevale di Rebeccu, ora  frazione semiabbandonata  del comune di Bonorva (SS).
Quelle che ora chiamiamo fonti sacre, erano in realtà dei veri e propri piccoli templi realizzati in corrispondenza di una vena sorgiva superficiale. Essi rispecchiano la medesima architettura dei templi a pozzo.  In particolare a Su Lumarzu, la cella ove sgorga l'acqua è realizzata come un pozzo in miniatura, con la sua piccola tholos. Ebbene, nella pietra posta a chiusura della tholos è stata incisa dai primi predicatori cristiani una croce, latina in questo caso. Essa non è facilmente visibile, è necessario sporgersi all'interno della fonte e guardare verso l'alto. Ovviamente era nascosta anche ai primi fedeli cristiani, ma è plausibile che altri simboli potessero essere posti esternamente, alla vista di tutti.  Per questi motivi, è chiaro che l'intento di chi ha eseguito l'incisione era di consacrare al Dio nuova religione quella che, forse per alcuni millenni, era stata la dimora di Sa Mamma 'e vuntana.
Numerosi sono i nuraghi con nomi di santi o riferiti alla religione cristiana, o le chiese costruite nei luoghi di culto utilizzati dalle popolazioni nuragiche. Cito come esempio la chiesa campestre di Santa Sabina (Silanus-OR) costruita in prossimità di un nuraghe, di una tomba di giganti e di un tempio a pozzo. E' un chiaro esempio di questo sincretismo religioso che dovette esserci nei primi secoli della diffusione del cristianesimo in Sardegna.
In questo contesto non deve meravigliare se nel 533 nel tempio di Su Presoni fosse ancora vivo il culto di Sa Mamma 'e vuntana e se i predicatori giunti da Bisanzio abbiano cercato di indirizzarlo, opportunamente adattato,  verso la nuova religione. Questo può spiegare perché nel pozzo siano state tracciate le figure di due sante cristiane che nella mente dei fedeli avrebbero dovuto sostituire la divinità nuragica,  il tutto è stato poi siglato con la croce di Cristo.
Rimane un quesito a cui dare ancora una risposta: ammesso che sia l'interpretazione corretta, perché è stata tracciata proprio la figura di una santa incinta?
E' logico ritenere che sia proprio perché a Sa Mamma 'e vuntana, madre anch'essa, si rivolgevano le donne nuragiche nei momenti, certamente difficili, della gravidanza e del parto, e probabilmente anche in quelli successivi dell'allattamento. La nuova religione, non potendo certo sradicare questo culto,  lo ha indirizzato verso una santa cristiana, protettrice della maternità.
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Il vestibolo appare sgombro dai materiali del crollo. Purtroppo mancano le banchine laterali che erano un elemento cositutivo di questo tipo di locali

Porta di ingresso della cella

Porta di ingresso del vano-scala che conduce cella con il poderoso architrave. Si nota che è ancora presente, anche se parzialmente, il tumulo di copertura della tholos. In basso, a sinistra della porta si può notare una piccola apertura da cui usciva una vena d'acqua che era accompagnata all'interno del pozzo tramite un passaggio praticato nel gradino

La porta di ingresso

Ancora la porta di ingresso con l'architrave in granito

Il passaggio per l'acqua

Il passaggio per l'acqua ricavato nel gradino di ingresso

Nicchia della panchina destra

In corrispondenza della banchina destra, è presente una piccola nicchia o ripostiglio

Copertura del vano-scala

Copertura del vano-scala, il primo tratto è orizzontale, in seguito segue l'andamento della scala, creando una sorta di scala inversa. In primo piano, a  destra, una mensola ricavata nella muratura

Copertura del vano-scala

Ancora la copertura del vano-scala

L'interno del pozzo

L'interno del pozzo visto dal vano-scala. Quella che risalta in posizione centrale, incastonata in un arco di porfido rosso , è una pietra di granito. E' evidente la ricerca di una soluzione estetica per abbellire l'interno della cella. Il colore nero della muratura inferiore è ovviamente dovuto al livello dell'acqua

La tholos

La copertura del pozzo è realizzata a tholos, chiusa completamente con una sola pietra

Zeppatura della muratura

La tecnica del muro a secco prevede che lo spazio tra le pietre portanti sia fittamente zeppato con piccole pietre e scaglie di forma cuneiforme. In questo esempio sono state utilizzate pietre vulcaniche portate da parecchi chilometri di distanza

Zeppatura della muratura

Ancora la zeppatura della muratura. In alto a destra si intravede il blocco di granito bagnato, il resto è chiaramente asciutto

Muratura interna del pozzo

Architrave interno del pozzo. La zeppatura di legno presente sul lato destro meriterebbe l'esame del carbonio-14 per stabilirne l'età

Muratura interna del pozzo

Muratura sopra l'architrave interno del pozzo. Sono stati realizzati una serie di archi forse con una funzione estetica, oppure per scaricare il peso della muratura sui lati ed impedire la rottura dell'architrave. Nelle costruzioni nuragiche è abbastanza comune trovare architravi spezzati del peso della muratura soprastante. Per evitare questo incoveniente veniva lasciata una finestrella (luce di scarico) al centro dell'architrave per alleggerire il peso su quel punto. La soluzione addottata a Su Presoni è interessante sia come ricerca estetica sia come soluzione tecnica

Vano-scala visto dall'interno

Immagine del vano-scala. Tutti i gradini, e il probabile pianettolo iniziale, sono finiti all'interno del pozzo. Il gradino che si nota è quello della porta di ingresso

Architrave con le incisioni al naturale

Le incisioni presenti sul lato esterno dell'architrave di ingresso, nell'immagine normale risultano poco leggibili

Architrave con le incisioni evidenziate elettronicamente

La rielaborazione elettronica dell'immagine mette adeguatamente in evidenza le incisioni

Incisione n° 1

Incisione n° 1: figura femminile (Sa Mamma 'e vuntana?)

Incisioni n° 2 e 3

Incisioni n° 2 e 3: ninfe delle acque o sante cristiane?

Incisione n° 4

Croce greco-bizantina, 500-600 d.C. (?)

Nuraghe e chiesa di Santa Sabina

Il nuraghe con la vicina chiesa campestre di Santa Sabina del X-XI secolo (Silanus-OR)

Su Lumarzu
Su Lumarzu

In alto, visione di insieme della fonte sacra nuragica Su Lumarzu.
Sotto, la croce latina incisa nella pietra di chiusura della tholos

Paragrafo 6
Conclusioni

Questo lungo ragionamento basato in parte su prove,  in parte su supposizioni, ci porta alla conclusone che nelle figure incise nell'architrave di Su Presoni, probabilmente c'è una prova "scritta", anche se indiretta, del culto realmente praticato nel tempio: quello di una Dea Madre protettrice della gravidanza e del parto.
Quindi non un generico culto delle acque, come talvolta viene affrettatamente detto.
Infatti non si può pensare che una civiltà che era piuttosto evoluta dal punto di vista religioso, basti considerare l'importanza del culto dei morti o le varie tipologie di templi che venivano realizzati, fosse ancora ferma ad una concezione puramente animistica tipica delle età del neolitico e del paleolitico.
Ovviamente nei templi a pozzo, nelle fonti sacre ed in altri santuari, erano praticati riti delle acque (e con le acque) ma l'oggetto del culto, si può ben pensare, non era l'acqua ma una divinità.
Per concludere, facendo un ulteriore paragone con la religione cristiana, non si può affermare che essa pratichi il culto delle acque, eppure l'acqua è utilizzata in vari riti, alcuni semplici, altri di notevole rilevanza.
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(11 settembre 2009)
(Ultima revisione: 08/04/2010)





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